il richiamo all'ordine

Il ritorno di Sayyd Hassan Nasrallah a Beirut. L’appello: «Israeliani, non credete al vostro governo. Non siete in grado di sostenere una nuova guerra»


Un cielo terso e due milioni di ragazzi, gruppi organizzati, madri coi passeggini e tanti veli neri. Doveva essere soltanto questo l’Ashura a Beirut sabato 19 gennaio, giorno in cui gli sciiti piangono la morte del nipote di Maometto, Hussein, ucciso a Kerbela nel 680 d.C. per aver rifiutato di sottomettersi al potere del Califfo. Nel mondo sciita l’Ashura, sorta di Pasqua islamica, ricorda il martirio e la divisione della comunità musulmana auspicando unità e resistenza ed è tradizione libanese sfilare nella città di Nabatiye, fagellandosi e tagliandosi la fronte a nome dei coloro che non seppero difendere Hussein. Tuttavia da anni Hezbollah cerca di scoraggiare l’autolesionismo con una propria marcia dell’Ashura che organizza a Dahiyyeh, periferia sud di Beirut, dove si sfila danzando e battendosi il petto.

E invece è comparso lui. L’uomo più ricercato del Medio oriente – molti i governi che vorrebbero liberarsene – è sceso per le strade di Beirut camminando i mezzo ai fedeli. Col sole in faccia e senza alcuna protezione, nel giorno in cui è peccato per gli sciiti portare armi. L’ha fatto a sorpresa, come al solito: increduli che il leader del Partito di dio, ormai scomparso dalla scena pubblica, scegliesse di correre un simile rischio, gli organi di stampa presenti sabato si limitavano alle troupes televisive locali, più Al Jazeera e Reuters. La stessa Left, in apparenza unica testata occidentale al cospetto del Sayyd Hassan Nasrallah, era convenuta per un servizio di routine sulla principale festività sciita.

Visto da Occidente, il discorso di Nasrallah fa paura. Nel rivolgersi ai “suoi”, ha fatto uso di tutta la retorica propria a Hezbollah. Ma è stata la stampa a farne un copia e incolla buono per l’ormai quotidiana spirale di paura in salsa mediorientale. Perchè la lunga ora in cui Nasrallah ha parlato dal retro della piazza di Dahiyye, presa integralmente, potrebbe anche essere letta come un richiamo all’ordine.

Il religioso ha esordito infiammando la platea con un appello ai cittadini israeliani, a «non credere all’apparato militare o politico quando dicono che il vostro paese è pronto è in grado di affrontare una nuova guerra, perchè mentono». E proprio per smontare la credibilità del governo Omert, Nasrallah ha rivelato che ad alcune famiglie dei soldati israeliani caduti durante la guerra del 2006 era stato omesso che le spoglie dei propri cari erano rimaste sul campo di battaglia per la fretta di andarsene. E sarebbero ora in mano di Hezbollah. Va detto che è ormai una tradizione lo scambio di cadaveri fra Israele e Hezbollah: è probabile che Nasrallah voglia incalzare l’ennesima trattativa. Lui stesso, nel 1997, subì un ricatto serrato da parte di Tel Aviv che voleva ridargli a caro prezzo i resti del figlio ancora adolescente.

Èstato soprattutto l’ammonimento contro una escalation militare a ricorrere nelle sue parole. I voli israeliani nel paese dei cedri non sono mai cessati, richiamando le rappresaglie dell’esercito libanese oltre che dei guerriglieri. Continuano anche le incursioni di Tsahal nel sud del paese per rapire contadini libanesi – una di queste missioni vide, col sequestro delle due reclute israeliane, l’innesco della guerra del 2006. «Cosa succederebbe se noi sconfinassimo in Israele per rapire contadini»? ha chiesto, ribadendo che il partito non vuole una nuova guerra ma, se attaccato, si difenderà strenuamente. Non sono poi mancate le critiche al recente viaggio mediorientale di Bush, in cerca di consenso per un eventuale attacco contro l’Iran: «I governi arabi devono rifiutare il convolgimento in guerre che porternno soltanto alla distruzione dei nostri paesi e alla morte della nostra gente».

Accorati gli appelli per il diritto al ritorno dei profughi palestinesi, e per il «genocidio» che Gaza subisce silenziosamente: «Chiedo al mondo arabo di sostenere il popolo palestinese domandando la fine dell’embargo».

Nasrallah viene spesso accusato di non esporsi mai sulla politica interna libanese, relegata all’ala pragmtica del partito che siede in parlamento. Ma all’Ashura la critica per lo stato in cui versa il Libano e per la corruzione della sua classe politica è stata senza sconti. A cominciare dal tema, centrale da sempre per Hezbollah, delle risorse idriche e della cattiva gestione delle acque libanesi. Ma non solo: «il 70% dei libanesi vive sotto la soglia della povertà, non abbiamo sicurezza sociale né assistenza sanitaria e il governo non fa niente». Ne ha poi approfittato per schierarsi con i sindacati e la società civile libanese, in protesta per il rincaro del pane, assicurando però che «non useremo mai le nostre armi per andare contro il “14 febbraio“ (la maggioranza al governo, nda)».

Che sia il Che Guevara del mondo arabo, come molti qui vorrebbero, o l’ennesimo sceicco del terrore, come altri lo vedono, nell’Ashura di Dahiyye Nasrallah a modo suo potrebbe aver chiesto per un’ora: prudenza. Perchè in Medio oriente non si scatenino nuovi inferni.

da Left-Avvenimenti del gennaio 2008

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