La Grecia ne vorrebbe uscire, in Turchia è passata la voglia di entrare. Eurolandia fa largo al Fondo Monetario Internazionale, ai tagli, alle austerità, alle privatizzazioni volute dai signori del debito. Un gioco a perdere. E l’opinione pubblica comincia a farsi qualche conto in tasca.
«E queste sarebbero le regole per migliorare la nostra democrazia e rientrare negli standard europei?». Burju Ayan, portavoce della TekGida-Ish, la confederazione sindacale della TEKEL, la manifattura tabacchi turca, descrive indignata le cariche della polizia ad Ankara settimana scorsam mentre i lavoratori protestavano per la perdita dei loro contratti come dipendenti pubblici. Tutto è cominciato nel 1999, con una lettera di “intenti” da parte del Fondo Monetario Internazionale. Il FMI ci metteva la promessa di un prestito di 11 miliardi di dollari, la Turchia ci metteva tutto il resto. A cominciare dalla Manifattura tabacchi. Un’impresa pubblica in linea col modello kemalista, fortemente autarchico: lo stato possiede tutto, provvede a tutto, e gli operai contano tutti i privilegi degli impiegati statali, da colui che confeziona il pacchetto di sigarette a Smirne fino al coltivatore di tabacco nel mezzo delle montagne curde. Finchè nel dicembre 2009 lo smembramento della manifattura è completo, e ao suoi 11mila dipendenti non resta che marciare su Ankara occupando, con un gesto spettacolare, lo spiazzo del sindacato centrale. In mezzo alla neve, fra tende e falò nel cuore della capitale per due mesi di fila; la richiesta è di conservare il posto come dipendenti pubblici, l’offerta del governo è un contratto a tempo determinato da rinnovare ogni 11 mesi senza garanzie. All’europea. Ne seguono cariche della polizia, proteste spettacolari, marce degli studenti, canzoni, un’intera leggenda urbana intessuta intorno ai lavoratori della manifattura tabacchi, e infine il verdetto della corte costituzionale: i lavoratori hanno ragione contro il governo, i contratti di tipo “4C” (a tempo determinato) vanno rivisti. Sono i giorni in cui il premier Erdogan sale sul palco a Madrid invocando il complotto dell’esercito contro il suo governo democraticamente eletto. Sono anche i giorni in cui lo zoccolo duro del suo elettorato, il piccolo proletariato rurale (profondamente religioso) dei lavoratori della Tekel, la manifattura tabacchi, gli sta marciando ontro trascinando 20mila turchi per volta in piazza. Tutto in linea con i dettami della prima lettera d’intenti del Fondo Monetario, quella del lontano 1999. Ma non solo: tutto in linea con i diktat della comunità europea. Perché sia chiaro, se la Turchia vuole entrare nell’Unione non soltanto deve alzare gli standards democratici del paese. Deve anche tagliare del tutto le spese pubbliche, a costo di caricare e gassare i lavoratori che cercano di raggiungere (com’è successo ad Ankara venerdì scorso) la sede del proprio sindacato.
Sono 721 le imprese pubbliche turche privatizzate negli ultimi 8 anni, in linea coi principi europei e con le condizioni dei prestiti del fondo. E sono più di centomila i dipendenti pubblici turchi che hanno perso il posto. Restano soltanto due casi da “scorporare”: la manifattura tabacchi, appunto, e lo zuccherificio di stato. «Un adulto su quattro è disoccupato. Un giovane su due, anche. I turchi ormai si rendono conto che il paese sta perdendo tutto a forza di svendere ogni impresa pubblica. La mia gente sogna ancora di entrare nell’unione europea, ne sogna gli standards di vita, il senso di cittadinanza, il rispetto dei diritti umani», spiega convinta Burju dalla sede del sindacato a Istanbul. Ma a quanto pare, da quando la Tekel è scesa in strada l’opinione pubblica turca comincia a rendersi conto che Eurolandia ha un prezzo. Un prezzo da pagare in contanti al Fondo Monetario. «Qualcosa ci ricorda i tempi del crollo dell’Impero Ottomano. Anche allora la manifattura tabacchi venne smembrata e ceduta ai capitali esteri. I cittadini turchi si trovarono a lavorare per pagare il debito con le banche europee. Gli operai della Tekel non avranno magari un alto livello di educazione, ma cominciano ad accorgersi che qualcosa, con questa Europa e col Fondo monetario, proprio non va».
Non soltanto in Turchia. Subito a Ovest, la Grecia sta scivolando nella stretta del fondo accompagnata proprio da Mamma Europa. Al punto che c’è chi ne vorrebbe ormai uscire, una volta per tutte. Ad Atene non restano che pochi giorni per trovare, dal nulla, i 16 miliardi di euro necessari per scongiurare il peggio. La scadenza ultima è fissata per il 23 maggio, e il consesso europeo sta inventando ogni sorta di combinazione per tirare la Grecia fuori dai guai, mettendo insieme il pacchetto di prestiti necessario a coprire la cifra. In caso di mancato rimborso si ritroverebbe coinvolta l’intera Unione a cominciare da Italia, Spagna e Portogallo: la Grecia potrebbe cadere trascinandosi la presiosa moneta comune, l’euro. Ultima soluzione possibile per evitare di franare di fronte al dollaro, un prestito combinato: due terzi stanziati dai paesi fratelli, un terzo stanziato proprio dal Fondo monetario. Ed ecco che il rientro in campo della Grande sorella da Washington provoca non pochi nervosismi, a cominciare dalla Francia, poco a proprio agio di fronte all’idea dell’invasione di campo. Delegare un terzo del debito greco – nell’ambito di un intervento interno europeo – al Fondo monetario significa, di fatto, ipotecare l’indipendenza di eurolandia a Washington. Ma i nervosismi il Fondo monetario li provoca soprattutto in Grecia. L’aiuto non arriverà dal cielo, è chiaro, né e non sarà gratuito. E visto che il privatizzabile è privatizzato, che il tagliabile è tagliato, c’è di che preoccuparsi. Anche perché, piccolo particolare: i sedici miliardi di dollari non servono né al governo greco per riavviare l’economia, né ai cittadini greci per tirare un sospiro di sollievo dalla crisi. I sedici miliardi di dollari servono semmai al Fondo monetario internazionale, e alle grosse. Sono gli interessi sui prestiti precedenti. Sono il prezzo del debito.
Un meccanismo oscuro, che ai greci non torna e che, secondo loro, cova lo zampino dell’Unione europea. Gli scioperi del 24 febbraio e del 4 marzo, erano pieni di striscioni contro la comunità europea, oltre che le banche. C’entra la crisi, il crack del 2008, c’entra la caduta del dubai, c’entrano i 28 milioni di euro (l’11% del pil greco, quando la crescita è precipitata del 51% l’anno scorso), c’entrano le cifre tutte in rosso che la grecia ha da offrire: un deficit che si mangia il 12,5% del PIL, e un debito pubblico che ne copre il 112,6%. Ma c’è anche qualcos’altro, che i greci non dimenticano e che risale al dicembre scorso, ai tempi del crollo della borsa di Atene. Erano i primi di dicembre, giorgio Papandreu formava il nuovo governo di centro-sinistra. Fra le prime promesse post-elettorali, le misure anticrisi: revisione dei salari, eliminazione dei contratti a tempo indeterminato, aumento delle pensioni minime. Un annuncio che la Banca Europea aveva subito condannato, per bocca del presidente Jean Claude Trichet, minacciando di tagliare i prestiti alla Grecia nel caso il denaro pubblico venisse reindirizzato ad una serie di interventi sociali. Atene aveva risposto che si sarebbe autofinanziata con il taglio delle spese militari, ma nel giro di 24 ore il contraccolpo era arrivato, puntuale: l’8 dicembre le banche degradavano la Grecia, che diventava l’unico paese europeo di serie “b”, nel quale era altamente sconsigliato investire. Blocco delle transazioni, ritiro di capitali esteri, crollo della borsa di Atene. Nel giro di un giorno, il paese era in ginocchio. Pure, la grecia non è il peggiore dei casi europei. È corrotta, ma non quanto l’Italia e soprattutto il debito estero italiano è di gran lunga maggiore. Deve ancora riprendersi da un passaggio sregolato dalla dracma all’euro ed è in crisi, ma non quanto il Portogallo. Un trentenne greco può ancora permettersi, con lo stipendio minimo dei privati, il bilocale in centro che il suo coetaneo di Roma non potrebbe sognare. In grecia le tasse si pagano, il turismo è una risorsa…perché tanto accanimento da parte delle banche? Mistero. Però intanto tre mesi dopo papandreu ha annunciato le nuove politiche governative, subito prima di scatenare uno sciopero con tanto di scontri e lacrimogeni con la polizia: taglio di tredicesime per i dipendenti pubblici, taglio sui sussidi alla disoccupazione, aumento di benzina e tabacco, sostegno a banche, ulteriore liberalizzazione delle imprese private. Casualmente, tutto in linea con le richieste europee. Ancora più casualmente, tutto in linea con le richieste del fondo Monetario. Strano.
Da Left del 9 aprile 2010
