In bilico fra guerra e guerriglia dopo il fallimento del dialogo, il governo turco prende tempo prima di rispondere al PKK. Altrimenti, la scelta sarà fra l’invasione del territorio iracheno, o le elezioni anticipate.
«Il futuro con la Turchia è luminoso», aveva esclamato qualche settimana fa il presidente del Kurdistan Iracheno, Massoud Barzani, sedendosi a parlare di affari con una delegazione di businessmen venuti da Ankara. Difficile nascondere l’entusiasmo ai visitatori giunti dall’Anatolia: dei milioni di dollari investiti ogni anno nella regione autonoma del nord Iraq, il 60% dei fondi sono di provenienza turca. Questo senza contare le migliaia di litri d’acqua versate dalla Turchia al Kurdistan iracheno, lo sbocco per gli oleodotti curdo-iracheni, la possibile apertura (tramite Ankara) ai mercati Russo ed europeo, l’appoggio politico. Nel futuro splendente di Barzani però c’è una macchia: i fratelli curdi d’oltreconfine, armati fino ai denti e arroccati fra i monti delle sue provincie. Così, proprio mentre lui parlava di cooperazione ai colletti bianchi mandati dal premier turco Recep Tayyip Erdogan, negli stessi giorni il PKK – il partito indipendentista curdo – proclamava la fine del cessate il fuoco con l’esercito di Ankara, inaugurando una serie di imboscate e attentati pressochè quotidiani. E mentre a Erbil la banca turca Ish tagliava il nastro della sua prima filiale nel Kurdistan iracheno, a Istanbul il Consiglio Nazionale di Sicurezza si riuniva per decidere se muovere guerra sui monti di Barzani. A quanto pare le strade che Barzani sognava piene di camion carichi di merci e dollari, quest’estate, si riempiranno soltanto di carri armati turchi. Vige tuttora il silenzio sulle decisioni prese dal Consiglio Nazionale di Sicurezza turco, “eminenza grigia” che riunisce i vertici del governo con le forze di sicurezza sui sette più alti scranni dello Stato per decidere a porte chiuse delle sorti del paese. Non stupisce, in un paese sopravvissuto a sei golpe militari. Ma è probabile che, anche giovedì, un’azione congiunta di Erdogan e Gul abbia di nuovo rimandato un’operazione militare su larga scala. Le ultime dichiarazioni del capo dell’esercito turco Ilker Bashbug lasciano intendere che, per ora, il solo piano previsto è una professionalizzazione di parte dell’esercito, creando una forza di sicurezza appositamente addestrata da disporre lungo il confine con l’Iraq. Una strategia a lungo termine. Ma quanto potrà ancora resistere Erdogan prima di lasciare che il suo esercito invada i le montagne controllate dal PKK?
Se la guerra è una qustione complessa in qualsiasi paese del mondo, in Turchia si tratta di un vero e proprio braccio di ferro fra un Governo democraticamente eletto contro un Esercito ritenuto protettore ultimo dello Stato. In mezzo, i cittadini turchi. «Ci siamo abituati», «siamo cresciuti in guerra», oppure: «tanto ci tengono sempre sotto tensione, è nella natura di questo paese» è quello che si sente dire dagli studenti ai primi giorni di vacanza, o dagli scrittori seduti nei caffè di Istanbul o dai turisti venuti dal resto del paese e impegnati a far slalom fra pattuglie della polizia, zone sigillate da un’ora all’altra per motivi di sicurezza, e allarmi di attentati da revocati dopo cinque minuti. Qui la guerra è una lontana routine. Finchè una sera, davanti a casa, i tamburi tradizionali annunciano la partenza del vicino per la leva, oppure un amico perde un semestre all’università e finisce coscritto a forza; e allora la guerra dal confine arriva a colpire il quotidiano dei cittadini, le questioni fra PKK ed esercito si fanno personali, come il dolore: «avevano messo l’uniforme a mio figlio soltanto dieci giorni fa, ora me lo rimandano avvolto in una bandiera», commenta allora qualche padre straziato in televisione, mentre l’Esercito accusa il Governo di aver rimandato per troppo tempo il confronto col PKK, e il Governo accusa tutti gli altri, dalla Comunità europea al Mossad passando per la sinistra turca, la stampa, i nazionalisti, i lavoratori in sciopero, e i giudici della Corte Suprema di aver aiutato “i terroristi”.
Le speranze dello scorso settembre, quando il leader del PKK condannato all’ergastolo Abdullahi Ojalan scriveva al Governo proponendo una road map per la pace e i curdi marciavano a milioni in Diyarbakir celebrando il dialogo, sono più che sepolte. Erdogan non ce l’ha fatta. Certo, la sua Turchia è un paese semi-democratico in cui per la prima volta dopo 30 anni si può celebrare il Primo Maggio senza rischiare la vita. Si è parlato di pace con l’Armenia e con Cipro. Ma Erdogan ha fallito coi curdi. Nonostante le promesse fatte da Ankara in tema di diritti culturali, la polizia non ha mai smesso di arrestare chiunque insegnasse la lingua curda. Nel sud-est si muore ancora di fame e lo Stato turco non dà niente, né scuole né ospedali. Le poche fabbriche e le grandi imprese statali che permettevano alle famiglie di sussistere sono state privatizzate e sbaraccate proprio in questi mesi, gli operai mandati a casa a migliaia. La rabbia cresce, il PKK riscuote simpatie, e delle lettere di Ojalan, se ancora ne scrive, nessuno vuole sentir parlare.
L’alternativa sono le elezioni anticipate, o la guerra. Le elezioni aticipate in autunno sono senza dubbio la speranza nascosta di Erdogan; l’AKP ne uscirebbe rafforzato da un mandato popolare (è tutt’ora il partito di maggioranza secondo ogni sondaggio), uno smacco per i vertici militari che permetterebbe un più ampio margine d’azione nella questione curda da parte del Governo. Ma è improbabile che la Corte Costituzionale, fin troppo vicina all’esercito, utorizzi le urne di punto in bianco. La guerra, ripete d’altro canto l’esecutivo, non ha funzionato per vent’anni e non risolverebbe nulla adesso.
Ma a meno che non dia le dimissioni, convocando le urne anticipate per il prossimo autunno, il premier Recep Tayyip Erdogan è un uomo dalle mani legate. Perderà se, avendo il coraggio di mettere avanti riforme e processo democratico, dovesse rimandare la guerra e mettersi di nuovo contro l’esercito; perchè a quel punto si renderebbe colpevole per ogni padre che perde un figlio al confine, ogni crollo in borsa, ogni bomba del PKK. Ma, a questo punto, perderà davvero tutto se lascerà che l’esercito muova guerra al Sud Est, giù fino all’Iraq, bruciando tutto quel che resta del futuro luminoso che vedeva Massoud Barzani, della Road Map di cui scriveva Ojalan, e delle promesse di riforma e democrazia fatte dal governo.
