Il prezzo della fame

 

 

 

 

 

È cominciata tre settimane fa a Sidibouzid per un carretto della frutta requisito. È andata avanti nelle campagne tunisine con i ragazzi che si suicidavano contro la disoccupazione. E adesso ad Algeri si risponde alle cariche della polizia urlando “Vogliamo lo zucchero”. Nessuno riesce più a tenere il contro dei morti per le proteste in Maghreb – chi dice venti, chi cinquanta – mentre i regimi locali criminalizzano la lotta contro la fame e la stampa si autocensura. Ora, Tunisia e Algeria ora inorgogliscono le migliaia di ragazzi arabi che seguono le proteste su internet, si girano i filmati, ricominciano a sognare dopo decenni di umiliante silenzio in cui ogni tensione si è ridotta alle battaglie fra regimi corrotti e movimenti islamisti.

Fino a ieri, questi erano i due paesi del gas, dell’olio a poco prezzo, del grano che l’Europa non può permettersi di coltivare in base ai propri standards, delle imprese che dal resto del mondo arabo vengono a caccia di manodopera a basso costo. A guardarle dalla postazione di chi compra dal Maghreb ogni bene di prima necessità, non c’è niente che manchi a Tunisia e Algeria per farcela. Dunque perchè le strade sono in fiamme? Per rispondere occorre chiamare in causa anche l’Europa. La Tunisia è esplosa dopo più di vent’anni in cui i ragazzi, una generazione dopo l’altra, si sono impegnati a studiare o a emigrare, mentre una classe politica irremovibile si fossilizzava dilapidando le risorse nazionali. E poi ci si è messa di mezzo la crisi. Prima col rafforzamento dei confini, che ha chiuso una volta per tutte il flusso degli immigrati verso il nord, lasciando un’intera generazione di laureati a piedi, bloccati in un paese in cui la disoccupazione sfiora vette del 50%. Poi è arrivata la pioggia di normative; quelle per limitare l’attività dei piccoli pescatori, quelle per liberalizzare il flusso del grano a prezzi stracciati, per l’olivocultura, per la messa a norma delle filiere alimentary.

Una corsa folle che sembra giunta al capolinea con l’ultimo aumento dei prezzi. In Europa orientale I raccolti sono andati distrutti con le piogge estive, l’inflazione ha colpito il famoso “paniere”, i costi sono saliti del 50% rispetto all’anno scorso, e in Maghreb nessun regime si è posto il problema di sovvenzionare la popolazione. E poi ci sono gli anni di repressione; anche di quelli, l’Europa è colpevole. «Con la scusa che il regime di Ben Ali ci preserva dall’avanzata dell’islamismo, tutto è permesso», accusava ieri Le Monde su un editoriale intitolato “il silenzio di Parigi sulla Tunisia”, che ricordava le lodi intessute da Sarkozy nei confronti dell’eterno presidente tunisino; «però intanto stiamo parlando di una dittatura in cui la gente ha paura a nominare la politica per strada, la stampa ha la museruola e qualsiasi opposizione è proibita». Dal canto suo l’Algeria porta

i segni di una storia ancora più dolorosa. Finita nell’inferno del colpo di stato prima e della guerra civile poi quando, nel ’92, i partiti islamisti vinsero contro il vecchio estabilishment dalla facciata laica, la vecchia periferia della Francia coloniale vende gas mentre i giovani disoccupati allargano le fila dei jihadisti arroccati fra i monti della Kabila. Invece di allontanare i ragazzi dal mito della guerra santa offrendo loro un futuro, il governo preferisce investire distribuendo armi contro I jihadisti ai contadini delle zone di conflitto – i quali, peraltro, forse preferirebbero vedersi distribuire il pane.

E ora all’orizzonte c’è un autentico uragano pronto ad abbattersi sul Nord Africa – il cambiamento climatico. Con la salinizzazione che corrode rapida il terreno la Tunisia, che conta il più alto grado di sviluppo agricolo per capita rispetto al resto del Maghreb, mostra già il fianco alla fame che verrà. Mentre l’Europa si preoccupa soltanto di sconvolgere i piccoli produttori del suo granaio di scorta, il Maghreb, imponendo ritmi, sementi e fertilizzanti.

Nel 2008 fu l’ora dell’Egitto. Là dove, fuori dal Cairo, il pane sa di segatura perchè la farina costa troppo, il prezzo del grano venne gonfiato alle stelle con la scusa della crisi del grano e dell’inflazione. Ne seguirono un decina di morti, e la beffa finale venne quando il presidente (anche lui eterno) Hosni Mubarak diede l’ordine al suo esercito di “cuocere più pane”. Era lo stesso esercito che da sempre dilapida le casse egiziane, disperdendo il bilancio nazionale in tangenti e acquisto d’armi quando l’Egitto ormai non si può più permettere neanche di insegnare ai propri figli a leggere e scrivere. Le proteste sfumarono con l’incalzare della primavera; nessuno all’opposizione seppe cogliere l’opportunità per sfidare il governo. Oggi sembra la volta di Tunisia e Algeria. Quel che trapela dalla censura parla di una rabbia giovane, che sfugge dalle consuete griglie politiche, scavalca il tradizionale ruolo dei partiti islamisti (in genere i primi a incanalare il dissenso, ma altrettanto rapidi nel sedare la folla in nome del compromesso) e trova sfogo nella frustrazione di una generazione ritrovatasi con le mani in mano. Qualcosa è cambiato, e le vecchie categorie non bastano. Il nemico è lo stesso della primavera 2008: il prezzo della fame e, dietro quello, i regimi che ci speculano. Ma il ritmo dei morti incalza, e le settimane di rivolta si susseguono, e ogni giorno la lista dei motivi per scendere in strada si allunga.

Forse è davvero la volta dei ragazzi scesi in strada. Forse da adesso saranno loro a stabilirlo, il prezzo della fame.

 

 

 

 

da http://www.terranews.it

 

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