L’assedio d Tahrir

E’ a mezzanotte di mercoledi’ che le milizie di Mubarak cessano improvvisamente di colpire. I primi spari risuonano intorno alle tre di mattina, insieme ai cingolati e alle camionette della polizia che prendono posizione di fronte all’esercito per impedire l’accesso alla stampa. Avevano detto che avrebbero colpito all’alba, durante la preghiera. Ma quando il muezzin intona l’invocazione del mattino, I cecchini hanni gia’ ripreso a lavorare da tempo. Tahrir e’ stremata da un assedio ininterrotto conto I manifestanti anti-Mubarak, accampati da una settimana, e I miliziani assoldati dal governo. Un assedio che va avanti a gia’ 18 ore. I piu’ determinate sul fronte sono I fratelli musulmani, gli student seguono a ruota. Presto ricominciano le grida di incitamento per mandare Avanti gli uomini a fare da scudo contro le barricade lanciando sassi. Fra gli studenti distesi nel centro della piazza, qualcuno si scuote assonnato per incamminarsi verso I fronti caldi, dove si vedono gia’ balenare I primi incendi – gli uomini di Mubarak lanciano pezzi di stoffa imbevuti di benzina contro la gente. Fa freddo, un freddo sporco che gela le ossa, I bambini piangono intorno alle donne che continuano a spaccare l’asfalto con la forza della disperazione. La gente si aggira sul battito fisso, regolare, dei pezzi di metallo sull’asfalto, sul ritmo percussive dei manifestanti che picchiano le ringhiere e I lampioni per incoraggiare la sassaiola, sui giri bassi degli elicotteri del governo. Un’anziana corre fra la folla urlando “maledetto il ministero degli interni, maledetto Mubarak, si e’ portato via mio figlio” urtando contro feriti che si aggirano come ombre, I bambini corrono giocando a calico, un giudice vende la piazza con la toga bianca di polvere, lo sguardo assente, un ragazzo si avvicina stringendo un contenitore di plastica sporco di rosso. “E’ sangue”, spiega, “questo e’ il sangue della prima vittima di stanotte, me l’hanno ucciso davanti e ho raccolto il suo sangue”. All’ospedale di campo allestito dietro piazza Tahrir l’odore di sangue rappreso fa quasi svenire. I dottori si strusciano le mani, sono talmente stanchi e nervosa che invece di parlare urlano. Sanno che se si arrendono adesso, I feriti verranno portati via dalle ambulanze – tutte mandate dal minister della Salute – che aspettano fuori, pronte per consegnare I feriti nelle mani della polizia. Sanno anche che nel momento in cui gli uomini di Mubarak riusciranno a sfondare, non soltanto sara’ la fine dei pazienti che stanno curando, ma anche la loro: un arresto per tradimento e’ il minimo che li aspetta. Un ragazzo coperto di sangue viene trascinato dentro, urla che non e’ colpa sua, che non sapeva cosa faceva, mentre una fiumana di gente cerca di bastonarlo e gli anziani si frappongono per proteggere il ragazzo “comportatevi civilmente, un prigioniero e’ un prigioniero”, urlano. E’ uno degli uomini di Mubarak. I dottori lo ricuciono pazientemente, intanto il ragazzo spiega l’arcano della tregua di mezzanotte: chi li aveva arruolati per mandarli a protestare a favore di Mubarak aveva promesso 20 dollari – 10 dollari di anticipo, e dieci dollari dopo la mezzanotte. Ma a mezzanotte la polizia non era riuscita a raggiungerli con la paga, e loro avevano incorciato le braccia. Quando prima dell’alba un blindato diplomatic si era fatto strada fra I check point consegnando I contanti, la battaglia e’ ricominciata. Ma piu’ crudele. “Ormai il grosso delle ferrite che curiamo sono pallottole, gli uomini di Mubarak hanno tirato fuori le mitragliatrici e stanno mirando al petto e alla fronte dai palazzi”, spiega un dottore. Sono le cinque e mezzo, fuori dall’ospedale di campo c’e’ un cielo terso, due manifestanti si presentano ai carri armati di Piazza dei Martiri – il lato di Tahrir dalla parte del Museo del Cairo – dicendo di venire Avanti a vedere “Venga, non c’e’ piu’ niente di cui aver paura”. Non ci sono altri giornalisti a giro, solo piu’ tardi verra’ fuori che e’ cominciata la caccia alle streghe contro qualsiasi testimone oculare. Camminando fra I ciottoli e le rovine del campo di battaglia, fra pietre, macchine bruciate, persiane di finestre divelte per portar via I feriti, e marciapiedi distrutti, l’incredibile sis vela agli occhi: pietra dopo pietra, tahrir non soltanto ha resistito – e’ avanzata. Non ci sono piu’ cecchini dale finestre dei palazzo, il campo e’ libero per quasi un chilomtero, e la nuova barricata adesso al Ponte di Ottobre. “Venga”, insistono due ragazzi, arrampicandosi fra le impalcature dell’ultimo palazzo prima del poste, accanto al Collegio Francescano. Sul tetto, dopo interi piani dai pavimenti divelti per tirare le mattonelle verso il ponte, e’ finalmente possible vedere I tanto temuti sostenitori di Mubarak. Non sono ormai che poche decine. Nel vedere una macchina fotografica sul tetto di fronte, si aprono I pantaloni mostrando I genitali. Una nonna velata di nero urla un comment osceno rispondendo con una sassaiola contro gli scostumati. Sotto al ponte, non I manifestanti sono coperti di sangue, piegati dalla stanchezza – ragazzini, uomini in giacca e cravatta, vecchi ultrasettantenni, e poi ragazze che fino a ieri avevano il divieto di avvicinarsi. Dopo dodici ore di imboscate da tutti I lati della piazza, con tanto di mitragliette e mirini di precisione contro I manifestanti, l’attacco contro Tahrir si e’ trasformato in una clamorosa disfatta. Alle sette del mattino, Noha viene ferita ad una gamba. Studentessa di cinema negli Stati Uniti, si era precipitata di corsa al Cairo, la sua citta’, venerdi’ scorso. Spaccava I marciapiede con le altre donne quando, durante l’attacco dell’alba, una transenna l’ha travolta. Fasciata con pezzi di striscione, come tutti, si trascina attaccata ad un bastone verso il Check point di Qasr el Aini. Non c’e’ tempo per un ginocchio rotto nell’ospedale di campo, e chiedere un’ambulanza sarebbe come consegnarsi alla polizia. Nel vederla arrancare nell’aria spessa del mattino, trascinata dagli amici e appoggiata a una sbarra, le trecce sfatte e gli occhi rossi per il dolore, la gente si fa da parte per rispetto, chi ha il cappello se lo toglie in silenzio. Passati I check point dei manifestanti, comincia la fila di ambulanze. Uno degli infermieri nel vederla scoppia a ridere e le grida dietro, “Ti sei fatta la bua, gran combattente? Te l’hanno mai detto che le bambine restano a casa?”. Noha si pianta sul bastone, le guance rigate di lacrime. “Dopo quello che sai che e’ successo stanotte, l’ultima cosa che puoi fare e’ scherzare. Dopo essere rimasto qui seduto, non hai piu’ alcuna dignita’. Se non sono rimasta a casa, e’ stato anche per I codardi come te. Nessuna promessa mi ha spinto a farlo, nessun prezzo del pane, non sono povera e potevo restarmene fuori dai guai. Nessuno mi ha chiesto di scendere in piazza ma eccomi qui davanti a te. Per cui guardami bene negli occhi, prima di prendermi ancora in giro, guardami ancora e a lungo”. Sono le due del pomeriggio quando le televisioni egiziane cominciano a trasmettere il discorso del Primo Ministro Ahmad Shafik. Si scusa per non aver fermato il massacre, dichiara di non averne saputo nulla fino ad ora, giura su dio, moglie e figli che I manifestanti pro Mubarak sono sincere e di certo non prezzolati. Aggiunge che e’ un segno di salute sociale, che due opposte posizioni politiche si scontrino cosi’. I manifestanti lo ascoltano con le lacrime agli occhi per la rabbia. Ormai la loro autodifesa passa per una Guerra civile. Intanto fuori si diffonde l’allarme: e’ cominciata la caccia alle streghe. Gli stranieri vengono arrestati in ogni angolo e spesso malmentati, si da la caccia ai feriti di casa in casa, la maggior parte delle associazioni non governative, e gli avvocati, sono detenuti. Tahrir si fa sempre piu’ vuota. L’appello e’ per oggi, perche’ un altro milione di persone venga a cacciare il regime che 48 ore fa ha posto l’assedio alla piazza.

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