Libia, il paese a pezzi

Il peggio è arrivato martedì, non appena il Colonnello Muammar Gheddafi ha finito il suo bizzarro discorso, durato più di un’ora e conclusosi con l’appello alla violenza fino all’ultimo contro i “drogati, deboli, malati” giovani della rivolta libica. Col buio l’attacco di milizie e ronde armate autocostituitesi hanno attaccato in massa le città libiche, dove qualche ora prima le famiglie avevano consegnato ogni arma in proprio possesso per confermare gli intenti pacifici della rivolta. Non è servito, le forze pro-governative non si sono fermate di fronte a questo gesto di riconciliazione, e i viedo circolati ieri tramite la Tunisia sulle fosse comuni scavate per seppellire le ormai migliaia di vittime fra i manifestanti hanno reso l’idea di quella che è ormai a tutti gli effetti una catastrofe umanitaria. In Libia ormai si distribuisce il pane che resta, si trasmettono al mondo le immagini dei massacri entrando ogni giorno in Egitto con cd e chiavette USB cariche di materiale, eppure nonostante le milizie, gli atti di brigantaggio, il governo a pezzi e l’esercito in fuga, gra parte del paese sembra ormai sfuggita al controllo del colonnello Gheddafi. Definitivamente “liberata” è la città di Tobruk, al punto che l’ormai sempre più clandestina Al Jazeera è riuscita a installarvi un ufficio provvisorio per trasmettere gli aggiornamenti. Non c’è da stupirsi: se Benghazi non è mai stata completamente domata da Gheddafi, è a Tobruk che nacque Omar Mukhtar, che lottò nel secolo per liberare la Libia dal dominio coloniale italiano e i cui alleati vennero poi deposti dal colpo di Stato di Muammar. È la città d’origine del Colonnello, Siirt, nel centro-nord, l’unica a restare saldamente sotto il controllo di polizia e forze pro-governative. Gheddafi può ancora contare sulla fedeltà delle sue brigate speciali, composte per intero dai membri della sua tribù, la Qazhafa, sulle ingenti somme di denaro che può investire in mercenari e artiglieria, e probabilmente – da due giorni circolano addirittura foto che mostrano mercenari nigeriani vestiti con l’uniforme dell’Eni, ma la faccenda è impossibile da confermare – sull’aiuto di alcune compagnie straniere preoccupate da un eventuale cambio di regime. Ma è tutto quel che gli resta. La maggior parte delle tribù, nel paese arabo che conta il più complesso meccanismo di alleanze claniche e identità familiari, dove persino l’esercito è diviso in base ai vari ceppi d’appartenenza, gli si sono rivoltate contro. Secondo l’analista politico Ibrahim Jibril non si tratterebbe di una grande novità, dato che molte fra le tribù non si erano mai completamente assoggettate al colonnello. Eppure torna in mente lo scenario della guerra civile minacciata da Seif Al Islam quando domenica notte ha dichiarato «La Libia non è la Tunisia o l’Egitto. La Libia non ha né società civile né partiti. La Libia ha solo tribù». Probabilmente sbagliano i Gheddafi, come hanno sbagliato anche Ben Ali e Mubarak quando non hanno capito in tempo che i loro concittadini non erano più sudditi e non avevano più paura di chiedere il cambiamento. E a dimostrare l’unità dei libici, tutti, ci sono anche le dimissioni in massa non soltanto dei piloti incaricati di bombardare la folla, dei generali, e degli ambasciatori che sia a Berlino che a Londra espongono lo stendardo della Libia libera fuori dall’ufficio, ma anche la defezione dei membri del governo. E l’ex ministro della giustizia Mustafa Abdel Jeleil, dimessosi lunedì, ha deciso di mettere a disposizione le prove della responsabilità diretta del colonnello nella strage di Lockerbie. Dimesso anche il consigliere di Seif al Islam. Una lotta intestina fra i figli del colonnello sarebbe in corso per decidere della successione, mentre le dimissioni, martedì sera, dell’ex ministro degli interni e generale dell’esercito Abdel Fattah Younis, con tanto di un invito rivolto a Gheddafi di «porre fine alla sua vita» fanno intravvedere in quest’ultimo un potenziale nuovo capo di Stato libico. Intanto si è mosso l’Egitto, prima di tutto quello delle strade del Cairo: dietro piazza Tahrir, ieri, l’ufficio della Lega Araba è stato posto d’assedio da una folla di manifestanti che chiedevano l’intervento diretto della Lega contro Muammar Gheddafi. Per il Segretario Amr Moussa è quasi la prova del nove: se, come sperava, vuole tentare la corsa alla presidenza egiziana nei prossimi sei mesi, dovrà dimostrarsi in grado di anteporre la volontà della sua gente alla pressione degli altri governi – peraltro quasi tutti regimi dittatoriali – arabi e ai mercati mondiali. Se Moussa temporeggia, chi si è mosso è stato il Consiglio Supremo delle Forze Armate, tuttora responsabile del mantenimento dell’ordine in Egitto, che ha direttamente intimato a Tripoli di cessare le violenze contro i manifestanti, annunciando la messa a disposizione di viveri e medicinali da mandare in Libia. Intanto il confine fra i due paesi è ormai fuori da ogni controllo, e file di migliaia di disperati carichi di tutto, dal satellite alla lavatrice confluiscono di ora in ora di Egitto.

 

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Quando la storia lotta coi regimi

 

“In genere mi rivolgo a voi chiamandovi “miei figli musulmani”. Ma oggi posso soltanto chiamarvi miei compagni egiziani, musulmani e cristiani in egual modo, perche’ questo giorno appartiene a voi tutti” . E qui ieri la folla ha interrotto qui lo sheikh Yusuf al Qardawy, tornato in Egitto, e piu’ precisamente a Piazza Tahrir,  dopo trent’anni di esilio per condurre la prima preghiera del venerdi nel paese liberato dal regime di Hosni Mubarak : “Siamo un solo popolo, siamo tutti egiziani”, hanno urlato le centinaia di migliaia di anime inginocchiate e abbarbicate in ogni possibile angolo della piazza. Il religioso si e’ interrotto ancora, per poi ammonire: “mi rivolgo a tutti I leader arabi. Vi dico, smettetela di combattere contro la storia. Il nostro popolo e’ cambiato”. C’era di che venire, ieri, a Tahrir. Claustrofobia, mancanza di spazio, troppo sole e soprattutto troppa gente, per quella marcia della Vittoria che fino al giorno prima era stata messa in dubbio da alcune frange dei ragazzi del 6 aprile, convinti che si deba cercare adesso la calma, la fine degli scioperi e la cooperazione con giudici e forze armate, e alrtre frange di movimenti convinti invece che la pressione sull’esercito non debba diminuire. E invece ancora una volta gli egiziani si sono stupiti da soli, accampandosi a Tahrir fin dalla notte precedente pur non sapendo lse la manifestazione ci sarebbe stata, e a che ora, ognuno nei suoi 50 cm di spazio, finche’ il giorno dopo non e’ saltata fuori la cifra esorbitante di quattro milioni di convenuti – piu’ le migliaia che hanno improvvistato picnic e marce in ogni strada del centro. Un po’ per il ritorno dell’esiliato Qardawi, un po’ perche’ I Fratelli Musulmani avevano promesso di marciare e quindi nessuno se la sentiva di lasciare la piazza agli islamisti, Tahrir e’ tornata a scopiare di colori. “So che e’ difficile da capire, quando ci vedete inginocchiati a pregare in massa, che lo facciamo soltanto perche’ siamo egiziani e fa parte del nostro spirito”, spiega a Terra Ahmad, uno dei ragazzi del 25 Gennaio. “Perfavore, non scambiateci per islamisti solo perche’ preghiamo tutti insieme. Quelli ormai non esistono neanche piu’”. E cosi’ gli altri ragazzi che hanno occupato Tahrir sin dai primi giorni di protesta, in ritardo coi tempi della preghiera e un po’ stanchi per le feste e gli alcoolici del fine settimana, si sono ritrovati a non poter mettere piede nella piazza in cui hanno dormito per due settimane. Kholoud, tornando indietro con una risata, ha spiegato: “ecco bisogna lasciare che la rivoluzione che abiamo cominciato adesso passi nelle mani di tutti. Non potro’ entrare a Tahrir ma sono felice lo stesso, perche’ vengo da Baghdad, e oggi nel mio paese migliaia di manifestanti si sono riuniti dal Kurdistan a Bassora.  Stanno cominciando anche la’”. Se fra scioperi, processi a ministri e caimani, e qualche ritardo sulla convergenza dei movimenti in partiti, l’Egitto sembra avviato in maniera irreversibile verso la prima pagina di liberta’ nella sua storia, altrettanto non si puo’ dire della Libia. Da mercoledi’ sera gli scontri registrano cifre di morti impossibili da verificare. Il ferreo controllo di media, satelliti e internet da parte di Muammar Gheddafi lascia a malapena trapelare scenari di guerra civile in cui le forze democratiche vengono attaccate contemporaneamente da polizia e milizie governative fra lacrimogeni, cannoni d’acqua e pallottole – con cifre di morti che si aggirano dai 75 confermati dai medici, al 39 certificati da Human Rights Watch. Unanime nel mondo la condanna contro il governo e l’appello a permettere le manifestazioni. Ma nonostante la risposta cruenta della polizia e delle forze pro-Gheddhafi, e’ probabile che l’ondata di rivolte in Libia sia destinata, almeno per ora, a sgonfiarsi nel giro di qualche giorno. Benghazi  e al Bayda sono da sempre un focolaio di scontento contro Gheddhafi perche’ sono nel cuore del la zona di maggior influenza dei mistici Sanussi, la cui dinastia reale venne deposta quattro decadi fa dal colpo di stato guidato dall’allora giovane colonnello. Se almeno in Cirenaica le proteste possono contare anche sull’appoggio delle confraternite, le poche centinaia di manifestanti scesi finora a Tripoli e  in altre aree del paese mettono a nudo quello che ancora e’ uno svantaggio numerico. Gheddafi ha contro la Sanussiya, e’ vero; ha contro anche frange dell’esercito, una larga parte della classe media urbana e della societa’ civile, e persino alcuni dei suoi figli. Ma puo’ ancora contare sui fortissimi legami tribali dei clan che ieri gli hanno rinnovato l’appoggio (l’attaccamento del colonnello alle origini beduine per si accompagna alla diffidenza delle tribu’ contro il potere della senussiya), nonche’ sulla fidelizzazione di tutti quei dipendenti  che un’economia basata sulle risorse energetiche e fortemente centralizzata intorno all’amministrazione statale legano a doppio filo al Governo. Il colonnello insomma conta di cavarsela con qualche vistoso aumento di stipendio, e l’oscuramento temporaneo dei media. Sono in molti a dubitare che la repressione contro le proteste scateni lo stesso controeffetto verificatosi in Tunisia ed Egitto, dove l’indignazione contro la polizia ha decuplicato le cifre dei manifestanti nel giro di qualche giorno. E il fatto che in molte citta’ – e di fronte a molte ambasciate all’estero – le manifestazioni a favore di Gheddafi abbiano superato quelle contro, sembra confermare che in  Libia il frutto della liberta’ sia per ora acerbo, mentre fa capolino l’Iraq subito in coda dietro al Baharain, dove ieri oltre ai funerali c’e’ stato l’attacco, a colpi di lacrimogeni contro I dottori dell’ospedale municipale, e dove I manifestanti, recatisi a Lulu portando fiori per la polizia, sono stati freddati a colpi di fucile non appena si sono seduti a terra, donne e bambine incluse. Anche in Yemen il Venerdi’ della rabbia si e’ concluso con almeno tre vittime. I leaders arabi, anche ieri, sembrano aver deciso di lottare contro la storia.


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Libia, piu' di cento i morti a Benghazi

Benghazi si e’ svegliata ieri fra l’odore di lamiera bruciata e dei corpi rimasti sull’asfalto. Alle finestre, ancora decine di cecchini. Ma intere strade del centro citta’erano gia’ libere. Dall’ospedale di al Jalaa, I dottori parlavano di almeno 120 cadaveri stipati nell’obitorio. E’ il bilancio di un’alba di sangue, iniziata alle cinque di fronte al tribunal in cui alcune centinaia di manifestanti, fra I quail anche avvocati e giudici, si erano accampati per protestare contro il regime del colonnello Muammar Gheddafi, al potere da 41 anni in seguito al colpo di stato militare contro il Re Idris Al Sanussi. Con le prime luci del sesto giorno di lotta, chi era in piazza si e’ ritrovato a correre fra nubi di lavcrimogeni e centinaia di proiettili sparati dale Forze Speciali del colonnello, cercando di trascinare via I morti fra I veicoli in fiamme. Era soltanto l’ennesimo masacro. Soltanto venerdi’ I funeral delle vittime del giorno precedente si erano trasformate in un nuovo bagno di sangue, con almeno 35 vittime cadute dopo il tentative di occupare la Katiba di Benghazi, dove Gheddafi piñata le tende quando visita la ribelle Cirenaica. E ad aprire il fuoco non sono soltanto le forze speciali e i sostenitori del Colonnello: stando a una serie di testimonianze video circulate su internet, a Benghazi e al Bayda ci sarebbero anche I mercenary africani assoldati per uccidere ci dissente. Se nell’assoldare stranieri Gheddafi ricorda il re Khalifa del Bahrain che arruola sicari dal Balucistan, nei mezzi di comunicazione la matrice e’ invece egiziana: anche in Libia internet e’ stato tagliato. Si e’ trattato in realta’ soltanto di sei ore, ma e’ bastato per dare l’allarme sull’emergenza in cirenaica. Fra tagli e censure e’ tuttora difficile decifrare la situazione libica. Se in Cirenaica, regione che da sempre conta un’opposizione organizzata oltre che in societa’ civile anche fra confraternite sufi (la Sanussia che governava il Paese prima di Gheddafi), la protesta e la violent repression della polizia stanno mettendo a ferro e fuoco sia Benghazi che Al Bayda e villaggi circostanti, Tripoli rimane sotto controllo. E non soltanto perche’ fra censura e mancanza di mezzi di comunicazione, per esempio nelle zone dell’entroterra, e’ quasi impossibile sapere cosa succeda. La Libia sembra effettivamente ancora spaccata fra una Cirenaica in cui I manifestanti sono pronti a tutto in nome della transizione verso la democrazia, e una rete di alleanze fedeli al Colonnello. Fedeli le tribu’, I cui legami clanici garantiscono il controllo dei beduini, fedele tutta quella classe impiegatizia dipendente dai proventi del petrolio, principale risorsa libica. Un’economia fortemente centralizzata rende il Governo pressoche’ unico datore di lavoro nel paese, e per questo Muammar Gheddafi e’ corso ai ripari alzando gli stipend a inizio settimana. Le manifestazioni in suo sostegno tenutesi sia in Libia (dove il Colonnello, con la consueta grandeur, e’ sceso personalmente in strada) che di fronte alle sedi diplomatiche all’estero sembrano confermare uno scenario ancora incerto. Finche’ la rabbia esplode soltanto in Cirenaica, il colonnello puo’ ancora contare sul consenso, o almeno il silenzio, del resto della Libia. Unica svolta, in questi giorni di violenze, potrebbe essere l’estensione della protesta anche all’ovest e al deserto. O, ancora, una defezione da parte dell’esercito, magari condotta dai figli ribelli dello stesso colonnello.

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Mondo arabo, un altro sabato di sangue

E’ ancora il Bahrain la peggiore emergenza umanitaria, dopo che venerdi’ la polizia ha attaccato l’ospedale di Manama tagliando le line telefoniche ai dottori per impedire di divulgare la notizia che nell’obitorio si contavano almeno sessanta corpi. Perlopiu’ vecchi e ragazzi, oltre che una ragazzina di almeno due anni la cui foto ha fatto il giro d’internet. Il secondo  massacro della rotunda di Lulu – occorso venerdi’ quando la polizia ha fatto prima entrare I manifestanti che porgevano fiori e rami d’ulivo agli agenti, e poi ha aperto il fuoco non appena si sono seduti –  e’ stato seguito dall’annuncio, da parte della casa reale, del ritiro dei mezzi dell’esercito dalla citta’. Ma ormai sembra troppo tardi per cercare la conciliazione, e la gente della minuscola isola sembra intenzionata ad abbattere non soltanto il regime di apartheid che riconosce piena cittadinanza soltanto ai musulmano-sunniti, ma direttamente a liberarsi del re Al Khalifa. Impresa che sembra impossibile, visto il terrore della vicina Arabia Saudita di vedere una democrazia nel cuore del Golfo del petrolio, per giunta a maggioranza sciita. In Yemen, nella capital Sanaa, gli scontri armati fra manifestanti e milizie fedeli al regime hanno causato un altro morto ieri  mentre ad Amman una scena simile – da un lato una protesta contro de Abdullah di Giordania, dall’altro un corteo di sostenitori del regime – ha registrato sette feriti.  Intanto in Algeria una cinquantina di manifestanti si sono visti negare ieri, con la forza, il permesso di manifestare.

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Mondo Arabo, ancora un venerdi' di rabbia

“In genere mi rivolgo a voi chiamandovi “miei figli musulmani”. Ma oggi posso soltanto chiamarvi miei compagni egiziani, musulmani e cristiani in egual modo, perche’ questo giorno appartiene a voi tutti” . E qui ieri la folla ha interrotto qui lo sheikh Yusuf al Qardawy, tornato in Egitto, e piu’ precisamente a Piazza Tahrir,  dopo trent’anni di esilio per condurre la prima preghiera del venerdi nel paese liberato dal regime di Hosni Mubarak : “Siamo un solo popolo, siamo tutti egiziani”, hanno urlato le centinaia di migliaia di anime inginocchiate e abbarbicate in ogni possibile angolo della piazza. Il religioso si e’ interrotto ancora, per poi ammonire: “mi rivolgo a tutti I leader arabi. Vi dico, smettetela di combattere contro la storia. Il nostro popolo e’ cambiato”. C’era di che svenire, ieri, a Tahrir. Claustrofobia, mancanza di spazio, troppo sole e soprattutto troppa gente, per quella marcia della Vittoria che fino al giorno prima era stata messa in dubbio da alcune frange dei ragazzi del 25 Gennaio, convinti che si deba cercare adesso la calma, la fine degli scioperi e la cooperazione con giudici e forze armate, e alrtre frange di movimenti convinti invece che la pressione sull’esercito non debba diminuire. E invece ancora una volta gli egiziani si sono stupiti da soli, accampandosi a Tahrir fin dalla notte precedente pur non sapendo lse la manifestazione ci sarebbe stata, e a che ora, ognuno nei suoi 50 cm di spazio, finche’ il giorno dopo non e’ saltata fuori la cifra esorbitante di quattro milioni di convenuti – piu’ le migliaia che hanno improvvistato picnic e marce in ogni strada del centro. Un po’ per il ritorno dell’esiliato Qardawi, un po’ perche’ I Fratelli Musulmani avevano promesso di marciare e quindi nessuno se la sentiva di lasciare la piazza agli islamisti, Tahrir e’ tornata a scopiare di colori. “So che e’ difficile da capire, quando ci vedete inginocchiati a pregare in massa, che lo facciamo soltanto perche’ siamo egiziani e fa parte del nostro spirito”, spiega a Terra Ahmad, uno dei ragazzi del 25 Gennaio. “Perfavore, non scambiateci per islamisti solo perche’ preghiamo tutti insieme. Quelli ormai non esistono neanche piu’”. E cosi’ gli altri ragazzi che hanno occupato Tahrir sin dai primi giorni di protesta, in ritardo coi tempi della preghiera e un po’ stanchi per le feste e gli alcoolici del fine settimana, si sono ritrovati a non poter mettere piede nella piazza in cui hanno dormito per due settimane. Kholoud, tornando indietro con una risata, ha spiegato: “ecco bisogna lasciare che la rivoluzione che abiamo cominciato adesso passi nelle mani di tutti. Non potro’ entrare a Tahrir ma sono felice lo stesso, perche’ vengo da Baghdad, e oggi nel mio paese migliaia di manifestanti si sono riuniti dal Kurdistan a Bassora.  Stanno cominciando anche la’”. Se fra scioperi, processi a ministri e caimani, e qualche ritardo sulla convergenza dei movimenti in partiti, l’Egitto sembra avviato in maniera irreversibile verso la prima pagina di liberta’ nella sua storia, altrettanto non si puo’ dire della Libia. Da mercoledi’ sera gli scontri registrano cifre di morti impossibili da verificare. Il ferreo controllo di media, satelliti e internet da parte di Muammar Gheddafi lascia a malapena trapelare scenari di guerra civile in cui le forze democratiche vengono attaccate contemporaneamente da polizia e milizie governative fra lacrimogeni, cannoni d’acqua e pallottole – con cifre di morti che si aggirano dai 75 confermati dai medici, al 39 certificati da Human Rights Watch. Unanime nel mondo la condanna contro il governo e l’appello a permettere le manifestazioni. Ma nonostante la risposta cruenta della polizia e delle forze pro-Gheddhafi, e’ probabile che l’ondata di rivolte in Libia sia destinata, almeno per ora, a sgonfiarsi nel giro di qualche giorno. Benghazi  e al Bayda sono da sempre un focolaio di scontento contro Gheddhafi perche’ sono nel cuore del la zona di maggior influenza dei mistici Sanussi, la cui dinastia reale venne deposta quattro decadi fa dal colpo di stato guidato dall’allora giovane colonnello. Se almeno in Cirenaica le proteste possono contare anche sull’appoggio delle confraternite, le poche centinaia di manifestanti scesi finora a Tripoli e  in altre aree del paese mettono a nudo quello che ancora e’ uno svantaggio numerico. Gheddafi ha contro la Sanussiya, e’ vero; ha contro anche frange dell’esercito, una larga parte della classe media urbana e della societa’ civile, e persino alcuni dei suoi figli. Ma puo’ ancora contare sui fortissimi legami tribali dei clan che ieri gli hanno rinnovato l’appoggio (l’attaccamento del colonnello alle origini beduine per si accompagna alla diffidenza delle tribu’ contro il potere della senussiya), nonche’ sulla fidelizzazione di tutti quei dipendenti  che un’economia basata sulle risorse energetiche e fortemente centralizzata intorno all’amministrazione statale legano a doppio filo al Governo. Il colonnello insomma conta di cavarsela con qualche vistoso aumento di stipendio, e l’oscuramento temporaneo dei media. Sono in molti a dubitare che la repressione contro le proteste scateni lo stesso controeffetto verificatosi in Tunisia ed Egitto, dove l’indignazione contro la polizia ha decuplicato le cifre dei manifestanti nel giro di qualche giorno. E il fatto che in molte citta’ – e di fronte a molte ambasciate all’estero – le manifestazioni a favore di Gheddafi abbiano superato quelle contro, sembra confermare che in  Libia il frutto della liberta’ sia per ora acerbo, mentre fa capolino l’Iraq subito in coda dietro al Baharain, dove ieri oltre ai funerali c’e’ stato l’attacco, a colpi di lacrimogeni contro I dottori dell’ospedale municipale, e dove I manifestanti, recatisi a Lulu portando fiori per la polizia, sono stati freddati a colpi di fucile non appena si sono seduti a terra, donne e bambine incluse. Anche in Yemen il Venerdi’ della rabbia si e’ concluso con almeno tre vittime. I leaders arabi, anche ieri, sembrano aver deciso di lottare un altro giorno contro la storia.

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Arriva il Venerdi' della Furia

Non ha ancora un nome la ragazzina il cui corpo e’ stato scoperto ieri nell’obitorio di Salmaniya, in Bahrain. Dormiva con gli altri, all’alba di ieri, a Lulu, la rotonda delle Perle di Manama. Dormiva con altre migliaia di attivisti perche’ il Governo, dopo le scuse ufficiali del Re  al Khalifa per i giorni precedenti, aveva fatto credere a tutti che Lulu era gia’una nuova Tahrir. E invece – proprio come nella piazza del Cairo esattamente due settimane prima – l’attacco e’arrivato al termine della notte, mentre tutti dormivano. Una cortina di lacrimogeni ha creato il panico mentre le forze antisommossa si facevano coprire dai blindati dellésercito. In un attimo si sparava sul volto a chi ancora dormiva – in un corpo sono stati rinvenuti oltre duecento proiettili -, si massacrava di botte chiunque tentasse la fuga, si sparava persino al personale medico che tentava inutilmente di portare via i feriti. Sessantacinque, nella serata di ieri, i dispersi. Impossibile contattare il direttore del Centro dei Diritti umani Nabeel Rajab, gia’piu’volte preso di mira dal regime. Cinque piu’altri tre i morti confermati finora, in un principato che conta a malapena un milione di cittadini in tutta l’isola. In serata sono arrivate le prime dimissioni ministeriali, quelle del dicastero della salute, mentre gia’ i parlamentari del partito al Wefaq se nérano andati mercoledi’chiedendo lo scioglimento del governo.  La casa reale degli Al Khalifa, che occupa l80% delle posizioni governative oltre allo scranno piu’alto, ha indetto ieri un consiglio d’emergenza per gli Stati del Golfo mentre in tutte le strade del Bahrain si continuava a scappare e cadere sotto gli spari dell’esercito e della polizia antisommossa – quest’ultima composta da decine di immigrati baluci e pachistani di confessione sunnita, che la casa reale “importa” apposta per mansioni come la tortura degli attivisti e l’attacco durante le manifestazioni non violente. La situazione in Bahrain rischia di sconvolgere pesantemente gli equilibri del Golfo del petrolio, e non soltanto per lo stanziamento della Quinta flotta americana. La casa reale al Saud e’direttamente coivolta nella situazione di apartheid contro la quale i cittadini del Bahrain stanno protestando. Coinvolta perche’l'ha favorita quando non sponsorizzata, grazie ad  una attenta propaganda che per anni ha descritto la maggioranza sciita dellísola come “legata al regime iraniano”per giustificare di fronte agli stati uniti la sistematica violazione dei diritti umani di chiunque non fosse musulmano-sunnita. Adesso sembra – come gia’ in Tunisia e in Egitto – che anche le proteste in Bahrain, per anni risoltesi con dozzine di morti, stavolta siano destinate a concludersi con la deposizione del regime; una prospettiva che i Paesi del Golfo, pero’, non possono permettersi. Chi invece non rischia di venire rimpianto dal blocco pro-saudita e’ Muammar Gheddafi. Ieri e’ ufficialmente sceso in guerra contro il proprio paese, e la sua gente. Elicotteri, polizia, esercito e milizie sono state schierate a Benghazi, dove alle cinque italiane almeno 6 manifestanti erano confermati come morti. Di fronte all’ambasciata americana, secondo testimonianze raccolte da Al Jazeera, le centinaia di manifestanti sono state attaccate da un numero quasi doppio di miliziani pro-governativi. A Beyida l’intera popolazione sarebbe scesa in strada ieri, dando alle fiamme la centrale di polizia e cantando “Il popolo vuole la caduta del regime”, lo slogan egiziano. I morti accertati salgono a 14 da mercoledi’, nel tentativo di liberare il paese da una dinastia che si regge su un fedelissimo apparato amministrativo oltre che sul supporto alla lotta contro le confraternite islamiche, mentre non e’ancora chiaro il ruolo che il figlio del presaidente – da 1 anni – della Libia, Seif Al Islam Gheddhafi, starebbe giocando dietro le quinte contro il padre. Gheddhafi ha fatto rilasciare 131 islamisti e aumentato I salari governativi, ma sembra troppo tardi per cercare il compromesso man mano che la repressione alza il livello dello scontro. Stesso scenario in Yemen, al settimo giorno di protesta contro  il presidente Ali Saleh, dove le poche centinaia di studenti dei giorni scorsi si stanno trasformando in migliaia di oppositori. Due morti accertati anche ieri, con lésercito che a Sana avrebbe tentato inutilmente di separare i sostenitori del governo – a quanto pare armati – dalle folle di manifestanti che chiedono elezioni presidenziali entro sei mesi e scioglimento del governo. Oggi e’venerdi’. Sara’il “Giorno della Rabbia per Yemen e Libia, dove si dovrebbe scendere in strada dopo le preghiere. Sara’il giorno dei funerali in Bahrain, il paese che ieri ha registrato le scene di maggior violenza. E sara’ il venerdi’della vittoria al Cairo, dove si dovrebbe sfilare per ricordare all’esercito di mantenere gli impegni presi per la transizione verso la democrazia.

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Libia, Yemen, Bahrain – e' l'ora della febbre egiziana

“Dite all’Italia di risolvere I propri problemi invece di trattarci come l’Albania”e’il commento pressoche’ unanime – e certamente offeso – che capita di raccogliere per le strade del Cairo quando si racconta della paura italiana per eventuali ondate migratorie. L’economia e’ a pezzi ma sembra che tutti si sentano chiamati per la costruzione del nuovo Egitto, ed emigrare e’fuori discussione. Continuano gli scioperi, continuano le ronde di un esercito sempre piu’imbarazzato nel gestire il potere sotto la pressione di massa di cittadini ben attenta: negli ultimi giorni le forze armate hanno spedito unóndata di SMS per confermare agli irrequieti cittadini egiziani che lo smantellamento del vecchio sistema va avanti, il parlamento e’stato sciolto e I giudici dellópposizione chiamati a riscrivere la Costituzione. Ma intanto, per sicurezza, gli egiziani hanno deciso di tornare in piazza a centinaia di migliaia anche domani, come ogni venerdi’. E in ogni strada e casa risuonano discussioni infinite su come e cosa scrivere sulla nuova costituzione. Ciascuno discute, ciascuno sogna. Se gli egiziani hanno raggiunto nel giro di pochi giorni un’autocoscienza e una maturita’democratica tale da far imbarazzare qualche altro paese del Mediterraneo, adesso la fila degli aspiranti paesi rivoluzionari si allarga ogni giorno di piu’. Ormai ogni giorno in Medio Oriente qualcuno scende in strada, qualcun altro lo imita, una moltitudine di gente perde la paura, e una nuova rivoluzione – nel senso del capovolgimento totale di un certo modo di percepirsi all’interno di un sistema e di una societa’ ritenuti immutabili – comincia. Prima la folla si coalizza chiedendo la fine di un dittatore, poi coi giorni la richiesta si allarga allíntero sistema, poi si lament ache e’troppo tardi per il compromesso, e quando alla fine le forze armate depongono una dopo l’altra le teste del regime scattano le richieste dei lavoratori, mentre un’intera societa’, trovatasi insieme in mezzo alle differenze di classe e di livello culturale, rivede costumi e tabu’. E’stato il modello tunisino, e’diventato anche il modello egiziano. Con la differenza che la vicenda egiziana si e’rivelata ancora piu’ricca di tranelli da parte del regime, attacchi, silenzi della comunita’internazionale, e spettacolari episodi di solidarieta’ fra comunita’ ritenute inconciliabili: come I cristiano-copti che formavano catene umane durante le preghiere dei musulmani, o ancora gli studenti di sinistra che marciavano contro la polizia abbracciati ai Fratelli Musulmani. Ora si tratta di vedere chi sara’il prossimo candidato all’ingresso nel nuovo mondo arabo, quello in cui la popolazione si unisce per scuotere I vertici del potere e decidere di se’stessa. Mentre l’Algeria, spaccata dale divisioni etniche e da conflitti fra religiosi ed esercito, sembra per ora essersi calmata dopo svariati episodi di proteste e scontri nel giro di poche settimane, lo Yemen continua. Ieri il sesto giorno consecutive di proteste contro la presidenza di Ali Abdullah Saleh ha registrato un aumento di violenze. Le decine di studenti ritrovatisi di fronte allúniversita’per protestare sono stati aggrediti non soltanto da centinaia di poliziotti, ma anche da milizie pro-governative piombate sui ragazzi con mazze e bastoni. Gli scontri di Aden, in serata, hanno registrato un secondo morto. Le proteste sembrano destinate a proseguire e probabilmente ad allargarsi anche sul Mar Rosso. E non importa se Saleh ha promesso di non ricandidarsi nel 2013, non importa se la polizia ha persino aggredito tre giornalisti, non importa se il paese e’gia’nel mezzo di una guerra civile al Nord, della quale l’Arabia saudita e’ largamente responsabile. Ma la vera novita’della giornata di ieri e’stata la Libia. Le proteste contro Gheddhafi e la sua gerchia amministrativa erano in realta’previste per giovedi’, ma la gente non ha voluto aspettare oltre. Nel pomeriggio si sono ritrovati a centinaia di fronte al quartier generale della polizia di Benghazi. Quando le forze di Gheddhafi hanno aggredito la folla, le famiglie dei 20 arrestati si sono aggiunte alla manifestazione. L’unica risposta del Governo per ora, accidentalmente cosi’simile al gesto dellégiziano Hosni Mubarak, e’stato l’oscuramento dell’emittente al Jazeera. Ma il caso egiziano ha dimostrato che quando la gente comincia ad abbandonare televisione e computer per scendere fisicamente in strada, incontrandosi e stabilendo nuovi meccanismi politici, e’gia’troppo tardi per ricorrere alla censura. Probabile, insomma, che la Libia sia la prossima in coda. E intanto una nuova Tahrir – l’ormai celeberrima piazza cairina – sembra essersi creata a Manama, dove centinaia ( il Bahrain conta a malapena un milione di abitanti) di manifestanti si sono accampati alla Rotonda delle Perle. Non e’un problema solo per il traffico di idrocarburi dello Stretto di Hormuz. Se crolla il regime in Bahrain, I giorni sono contati anche per il piu’determinante partner commerciale degli USA in Medio Oriente: l’Arabia Saudita, a sua volta retta da un complesso sistema di repressione totale e alleanze coi Khalifa per controllare le opposizioni che si muovono fra deserto e Bahrain. Infine, lontano sia culturalmente che linguisticamente dai paesi arabi, adesso sembra che sia venuto il turno dell’Iran. Dopo gli scontri di lunedi’, conclusisi con la morte di Sana Jalehe di Mohammad Mokhtari, entrambe occorse durante una manifestazione non-violenta, adesso si parla di almeno 1500 arresti da parte del regime. Potrebbe essere il ritorno della Rivoluzione Verde di due anni fa. Una cosa e’certa, che uno spettro si aggira fra mondo arabo e persiano. E I suoi effetti saranno irreversibili.

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